mercoledì 21 ottobre 2015

FAMIGLIA MODESTI IN TUR(*)

GIORNO 7


Scrivo da un tavolino di ferro blu fuori dalla stanza da motel di Quimper, è domenica ed è tutto chiuso, solo la fauna davanti alla stazione ad animare il quartiere.
Siamo andati a mangiare al Mc per la gioia di mia sorella, e così mi sono guadagnata il secondo dvd originale in francese di Rio 2.
La mia faccia ustionata da ieri ringrazia la Bretagna e i suoi cieli grigi.
Siamo nella Cornovaglia Francese, patria della cultura celtica, di maghi e foreste incantate.
I cartelli stradali hanno la doppia lingua, i più poveri hanno trovato nell'amianto una valida alternativa ai tetti di ardesia e gli Irish Pub vanno per la maggiore.
Partiamo dal faro di Saint Mathieu, uno dei pochi accessibili all'interno, costruito accanto ad un'abbazia benedettina rimasta senza tetto come la nostra San Galgano.
Le 10 del mattino ci danno un vantaggio notevole sull'orda di turisti che affollano questi luoghi, lo sfruttiamo salendo i 200 scalini che ci separano dalla cima del faro; sulla vetta la guardiana, giubbetto anti-vento rosso e ricetrasmittente al collo, le vertigini si attenuano scrutando l'orizzonte, oceano, scogli, barche a vela ed altri fari, qui, sul promontorio del Finistere, Penn-ar-Bed in lingua bretone, fine del mondo, nella nostra.
Tengo a bada la mia cleptomania vintage di fronte ad un libretto su un camino, le pagine di cotone non hanno scritte, ma sembra avere diversi anni e nessuno mi sta guardando, penso al Karma e mi allontano da lì.
Amo fotografare persone sconosciute che mi guardano, amo portare a casa scatti di gente che con lo sguardo perso va oltre l'obiettivo e guarda me che mi ci nascondo dietro, punto l'obiettivo nella loro direzione, poi scosto la macchina e guardo meravigliata un punto del paesaggio dietro di loro, impugno e scatto, è a quel punto che che sono sicuri di non essere parte dell'inquadratura, si tranquillizzano, e mi regalano la loro espressione migliore, sicura, rilassata. I bambini sono comunque quelli che ci riescono meglio, non hanno ancora sviluppato la malizia del "perché starà fotografando me? Ho qualcosa che non va?", nessuno pensa mai in positivo.
Di nuovo in macchina verso il porto di Camaret, paesino di pescatori e raccoglitori di ostriche da bassa marea, uno dei posti che ho adorato di più.
Ruderi di navi spiaggiati se ne stanno lì, attraccati alle cime, testimoni dello scorrere del tempo.
Il mercato attira me e la mamma che a passo veloce ci perdiamo tra le tradizionali cibarie e l'oggettistica fai da te, qui donne ricamano e filano la lana, mentre vecchi artisti disegnano e si scambiano esperienze di fronte ad un atelier.
Ci fermiamo per scogliere, tra megaliti e bunker militari, le vedute da quassù lasciano senza fiato, il mare è limpido e freddo.
Ultima sosta a Locronan, paesino roccioso, grigio e celtico.
Entriamo in un negozietto a tre piani che mi rapisce, cavalli a dondolo, macchinine d'epoca, elmetti di guerra, cartelli e cimeli di ogni tipo, ricoperti da un rassicurante strato di polvere.
All'ultimo piano una libreria, chiaramente di stampo celtico, storie di Hobbit ed Elfi riposano dentro quei libri, mentre fuori un tizio in carrozza accompagna turisti in un breve ma infinito giro della piazza e un uomo con completo bianco, camicia bianca, scarpe bianche, Nikon bianca, si fuma una sigaretta, bianca.
Sono stanca oggi, entro in macchina e mi addormento con il lievito della baguette che finisce il suo corso dentro il mio stomaco.



































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